martedì 29 novembre 2011

Una scossa all’Alzheimer, per rallentarne l’avanzata.

Due elettrodi nel cranio, posizionati con precisione al di sotto nel millimetro in prossimità di aree identificate come complici di una malattia neurologica, e una scatoletta sottocutanea nel torace, poco al di sotto della clavicola e del tutto simile a un pacemaker. Immaginarsi un impianto lascia sempre un po’ impressionati, soprattutto quando si tratta di cervello, ma c’è da rimanere sorpresi anche dai benefici che un sistema di stimolazione cerebrale profonda – chiamato DBS, deep brain stimulation – riesca ad ottenere su pazienti affetti da malattie neurologiche croniche e degenerative. Sintomi alleviati, farmaci ridotti nel dosaggio, manifestazioni della malattia come i disordini del movimento tenute a bada. Già in uso e validato, a livello italiano e internazionale, per il morbo di Parkinson, ora si inizia a parlare pubblicamente di DBS anche per l’Alzheimer.

C’era una volta l’elettroshock

In realtà, l’applicazione delle correnti elettriche per il trattamento di disturbi neurologici non è del tutto nuova e trova un precursore nell’elettroshock, quella tecnica utilizzata già nella prima metà del secolo scorso per il trattamento di stati maniaco-depressivi e depressione. L’evoluzione nell’uso di correnti indotte per bloccare alcune aree del cervello che non funzionano correttamente – in molte malattie c’è una iperattività di zone circoscritte che scatenano i sintomi, uno dopo l’altro – ha portato ben presto all’ideazione di impianti utilizzabili per tenere a bada le manifestazioni di alcune malattie neurologiche. Piccoli circuiti che inducono, durante l’arco della giornata, delle correnti a bassa frequenza, del tutto innocue e non dolorose per il paziente che è stato impiantato. I risultati maggiori sono stati ottenuti finora sul morbo di Parkinson, con un controllo dei sintomi per il 70% della giornata e, se combinato alla terapia farmacologica, l’impianto è in grado di tenere a bada le manifestazioni della malattia per tutte le 24 ore.

Perché parlarne, con le dovute cautele.

Uno scenario fertile che ha permesso a numerosi studi di ricerca di attecchire per estendere l’applicabilità della stimolazione cerebrale profonda anche ad altre malattie. Come l’Alzheimer, balzato in primo piano sulla stampa con un approfondimento del Daily Mail inglese che descrive i risultati positivi di uno studio di ricerca canadese condotto su sei pazienti affetti, negli ultimi due anni, dalla malattia della memoria. I risultati, presentati al convegno annuale della Society for Neuroscience tenutosi settimana scorsa a Washington DC, sono stati definiti amazing – cioè, sorprendenti – dal team di ricerca canadese del Toronto Western Hospital di Ontario che ha coordinato la sperimentazione. Un entusiasmo per la ricerca scientifica, ma da moderare per i pazienti.

I risultati dello studio sono incoraggianti: a un anno dall’impianto, in tutti i pazienti è stata riscontrata un’attività cerebrale maggiore rispetto a quella attesa a causa dell’avanzamento della malattia – un dato valutato in base all’utilizzo di zuccheri nel cervello per svolgere le normali attività cognitive, che è ridotto in chi soffre di Alzheimer. Incoraggiante, secondo i ricercatori, anche l’aumento di volume dell’ippocampo in due pazienti, rispettivamente del 5% e 8%: un segnale che potrebbe indicare una rigenerazione parziale di alcune zone danneggiate grazie alla stimolazione continua con la corrente elettrica. Superata la fase di sperimentazione sui topi – pubblicata lo scorso anno su The Journal of Neurosciences – questa tecnica adottata per l’Alzheimer supera anche lo studio di fase I, cioè quello attraverso il quale si verifica la sicurezza di un trattamento anche sull’uomo – pubblicato sugli Annals of Neurology. Lo stesso team ora annuncia la fase successiva su un gruppo di 50 pazienti, per chiarire il meccanismo con cui la stimolazione transcranica agisce sull’ippocampo di chi soffre di questa malattia e verificare l’applicabilità del trattamento su altri pazienti. Perché l’Alzheimer, come molte altre malattie, ha un decorso imprevedibile che varia da un paziente all’altro e prima che l’impianto cerebrale diventi un trattamento d’elezione per tutti i pazienti sono necessari ulteriori approfondimenti. “Nel morbo di Parkinson, che è la malattia maggiormente trattata con questo tipi di impianti, il trattamento è accessibile oggi solo al 15-20% dei pazienti che rientrano in alcuni criteri di selezione, come un’età non superiore ai 70 anni e l’assenza di deficit cognitivi in concomitanza alla malattia. – spiega Roberto Eleopra, Direttore SOC di Neurologia dell’Azienda Ospedaliero Universitaria S. Maria della Misericordia di Udine – Se questi criteri sono rispettati, i risultati sono ottimali. Con la stimolazione cerebrale si trattano oggi anche alcune forme di cefalea, disturbi psichiatrici come la depressione, l’obesità e addirittura stati vegetativi e di coma. Ci sono già alcune indicazioni, provenienti dal settore della ricerca, che aprono un settore di sviluppo, ma al momento non sono consolidate e rimangono solo sperimentali.”

Almeno fino a successive conferme dal mondo della ricerca per i quasi 500 mila pazienti colpiti da Alzheimer in Italia che, ad oggi, non possono contare su una terapia farmacologica per non perdere la memoria e per non perdere se stessi nel corso di questa malattia complessa.

Foto: Flickr

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