martedì 13 dicembre 2011

Il mio sbadiglio ti contagia? Solo se mi ami.

Alzino la mano tutti quelli che, di fronte alla foto di questo post, hanno sentito subito l’urgenza di sbadigliare. Tanti? Sì, ma sicuramente non tutti. Perché ciò che rende uno sbadiglio contagioso è l’empatia nei confronti della persona che innesca la ‘catena dello sbadiglio’. Non c’entra la noia, dunque, ma un semplice riflesso socio-comportamentale che mette in luce la relazione tra due persone. A fornire per la prima volta l’evidenza etologica – sì, perché noi Homo sapiens siamo animali tanto quanto gli altri – è uno studio nato dalla collaborazione tra l’Università di Pisa e l’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr di Roma, appena pubblicato sulla rivista scientifica PlosONE.

L’amore conta.

Ma se la noia o l’istinto all’emulazione non sono coinvolti, cos’è che ci fa sbadigliare dopo lo sbadiglio di una persona vicina? Le osservazioni raccolte, su un campione di 109 adulti lungo l’arco di un anno, ha evidenziato l’instaurarsi di un ‘contagio emotivo’: più due individui sono legati sentimentalmente, come nel caso di coppie o parenti e amici, e più forte sarà il trasferimento dello sbadiglio da una persona all’altra. “Ciò che influenza il contagio è la qualità della relazione che lega chi sbadiglia e chi ‘riceve’. È più probabile che una persona ‘ricambi’ se ad aver sbadigliato è una persona amata. Lo studio rivela un trend preciso: il contagio è massimo tra familiari o coppie e diminuisce progressivamente tra amici, conoscenti e sconosciuti, in cui è minimo. Anche la latenza di risposta, cioè il tempo di reazione, è minore in familiari, amanti e amici rispetto a conoscenti o sconosciuti”, spiega Ivan Norscia, uno degli autori della ricerca.

Siamo animali, sì. Ma non troppo.

Sbadigliare spontaneamente è un comportamento evolutivamente molto antico che può indicare stress, noia, stanchezza o segnalare il passaggio dal sonno alla veglia e viceversa. Nell’uomo assume un carattere ‘contagioso’ a causa della maggiore evoluzione delle capacità cognitive e affettive, e alla sua base ci sarebbe la capacità di immedesimarsi nell’altro, ovvero di manifestare empatia. Prerogativa dei primati più evoluti, la condivisione delle emozioni permette di instaurare relazioni sociali più complesse e innesca meccanismi di risposta alla percezione delle emozioni altrui. Come, appunto, lo sbadiglio. Lo confermano dati neurobiologici che mostrano come le zone del cervello attivate durante la percezione di uno sbadiglio altrui sono in parte sovrapposte a quelle legate alla sfera emotiva. E’ per questo che le persone con disturbi legati a queste aree del cervello, non manifestando empatia, potrebbero essere immuni allo sbadiglio contagioso.

Si potrebbe fare una prova, ad esempio, con un bambino piccolo: la capacità di immedesimarsi nell’altro, sostengono i ricercatori, si acquisisce completamente verso i 4-5 anni, età in cui il contagio dello sbadiglio inizia a manifestarsi. Non prima, perché il bambino non è sufficientemente empatico.Ci sono poi persone a cui è sufficiente guardare una foto o sentire una persona che sbadiglia nella stanza accanto per sentire l’irrefrenabile impulso a sbadigliare. Ci sono addirittura casi estremi di persone che alla sola parola ‘sbadiglio’ desiderano sbadigliare. Io stessa ho soffocato numerosi sbadigli nella scrittura di questo post. Che sia indice di eccessiva empatia?

FOTO: Flickr

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